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Basket , per non dimenticare cosa disse Cosic Kresimir

Di Ettore Zuccheri

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20/03/2023

Basket , per non dimenticare cosa disse Cosic Kresimir

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Basket , per non dimenticare cosa disse Cosic Kresimir

Identità e creatività sono due termini in disuso, che mettono in difficoltà gli allenatori che usano l’insegnamento con il metodo analitico, considerato contro natura, se usato per insegnare il gioco 5c5.

È la causa principale di un effetto didattico, la mancanza d’identità che viene dalla dipendenza dovuta da quel tipo di insegnamento. L’identità nasce con la “creatività del caos”, nel cercare personalmente la strada che porta a canestro, in affollamento, giocando 5c5. È una abitudine e il basket è uno sport di abitudini giuste.

La “dipendenza tecnica” non è una malattia, è solo il contrario dell’autonomia. Limita le capacità d’iniziativa del ragazzo “insegnato”, che diventa un semplice esecutore di un Basket piatto, prevedibile, trasmesso dal loro allenatore.

Vi piacciono le definizioni? Sono una sintesi di un concetto più vasto, ma non è detto che siano sempre giuste, che stiano in piedi da sole. Se non lo sono, cadono, crollano.

Questa di seguito è una di quelle: “Il basket è un gioco di squadra che assomiglia a una casa costruita con dei mattoni che sono fondamentali”. Dà la spinta per cominciare dai fondamentali per arrivare progressivamente al gioco. È una definizione fuorviante perché non dice “come” sono stati costruiti quei mattoni e su quale terreno viene costruita la casa.

Il terremoto può distruggere qualsiasi casa che non abbia le fondamenta adatte. Perché è il gioco 5c5 che determina le fondamenta, mettendo a dura prova la qualità dei mattoni con cui si costruisce una casa.

Il movimento speciale, l’idea del gioco 5c5 provoca il terremoto e le fondamenta solide sono quelle che esprimono un'identità nei mattoni della casa, per reagire. Come già detto, la sua costruzione col metodo analitico crea dipendenza. Vi ricordate cosa disse Kresimir Cosic? Disse la verità, non condivisa naturalmente.

“Giocatore, allenatore dipendente, tristo che puzza”, non dimenticatelo perché non è una semplice battuta, è una verità. Infatti, ogni giocatore deve avere una “identità tecnica”. L’identità individuale si realizza con l’interpretazione del fondamentale appreso, non insegnato, per battere l’avversario con la palla, senza la stessa e a rimbalzo.

L’identità di squadra invece dipende dal pensiero e dalla cultura dell’allenatore. Quella individuale si sviluppa “durante” il gioco 5c5 oppure quando lo stesso si blocca come “effetto” dell’azione avversaria.

È il momento dell’identità quando, sotto pressione, si ha la forza di mettersi la squadra sulle spalle. Chi è capace di giocare sotto pressione?

Per dimostrare di avere una identità, durante l'interpretazione del gioco, sia individualmente che di squadra si eseguono movimenti mai eseguiti in assoluto, quindi imprevedibili, oppure quello che nessuno nel periodo storico utilizza. Come “Tiro-Rimbalzo” per esempio.

Va da sé che l’identità “individuale” è il risultato della propria "creatività" che non può essere trasmessa dall’allenatore ma inventata oppure solo presa direttamente dagli altri, autonomamente dagli altri. Personale sarà, allo stesso modo, il pensiero che esprime “come” eseguirla.

L’allenatore può fare qualcosa? Sicuramente. Importante comprendere come viene appresa la creatività. A mio avviso in due modi. La prima nasce dentro i propri desideri, realizzata attraverso il “sogno” e l’allenamento “da soli” (io-il pallone-il canestro). La seconda con l’abitudine ad agire in situazione di affollamento, caos.

Solo un allenatore negli ultimi 50 anni ha avuto il coraggio di fare un clinic sull’affollamento, per fare apprendere il gioco e i fondamentali nel caos, Roy Rubin nel lontano 1975 a Roma.

Si cerca l’ordine quando il caos sembra senza senso. Invece è la base per la creatività e l’identità.

Cosic Kresimir, a mio avviso, ma non sono il solo a dirlo, aveva ragione. Lo chiamo a testimoniare perché è un esempio di identità e creatività noto a tutti. Interessante sapere che non erano gli allenatori che lo gestivano, ma esattamente il contrario. Abbiamo avuto la fortuna di vederlo giocare e noi....di collaborare con lui.

 

 

Ettore Zuccheri

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