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Italbasket100 - Valerio Bianchini e Dan Peterson, eterni nemici-amici

Di Ufficio Stampa FIP 16/04/2021

Italbasket100 - Valerio Bianchini e Dan Peterson, eterni nemici-amici

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Italbasket100 - Valerio Bianchini e Dan Peterson, eterni nemici-amici  

 

Valerio Bianchini è nato a Torre Pallavicina il 22 luglio 1943.

Daniel Lowell Peterson è nato a Evanston il 9 gennaio 1936.

La relativa altezza l'unico dato che li accomuna, per il resto parliamo di due personaggi completamente diversi, al punto da entrare in collisione spesso e volentieri.

Negli ultimi 40 anni i due si sono annusati, rispettati, inseguiti, odiati, punzecchiati, provocati e a volte anche amati.

Se negli Anni 80 la pallacanestro è esplosa in tutta Italia, il merito è anche e soprattutto loro. Della loro intelligenza, della loro dialettica mai banale, della loro capacità di attrarre attenzioni, pubblico, polemiche.

Inutile ripercorrere per l'ennesima volta i mille aneddoti che li hanno visti protagonisti.

Meglio dare spazio alle tante parole che si sono scambiati negli ultimi 40 anni.

Ringraziandoli una volta di più.

Valerio Bianchini

"Peterson? Un agente CIA che ha scritto moltissimi libri, anzi ha scritto sempre lo stesso ma con titoli differenti".

“I primi anni ’70 sono stati miracolosi per il basket, come per la Musica o la Moda e l’Arte. Il basket ha avuto il coraggio di fare riforme come i playoff, importati dall’America. Giungevamo a un professionismo più spinto, con il secondo giocatore americano. Dan insegnò a noi, comunque eccellenti nel basket, un’immagine di un allenatore non solo con la lavagnetta, ma capace di raccontare, il Basket. A tutti. Anche alzando polemiche inventate, facendo un grande favore ai giornalisti del basket, che facevano titoli per attirare l’attenzione di chi nemmeno sapeva, cosa fosse, il Basket".

"Dan è arrivato nel 1975 alla Virtus, pensavamo che non avesse successo, come gli altri coach arrivati dall'America, ma era una persona straordinaria, con una capacità unica di comunicare e una grande conoscenza della pallacanestro. Ci siamo sempre scontrati, io partivo in svantaggio perché ho sempre allenato squadre che inseguivano le sue e così ho pensato di stuzzicarlo. Ci divertivamo a fare polemica, poi il passaggio a Cantù, dove avevo a disposizione grandi giocatori per poterlo fronteggiare, accese ancora di più la miccia".

“Il grande scontro con Peterson è stato il massimo. Lui è un personaggio straordinario, unico americano che ha avuto successo in Italia come allenatore: quando arrivò lo prendemmo in giro ma ci ha messo tutti in saccoccia, è diventato un maestro in un momento, gli anni ’70, in cui il basket stava cambiando e diventava più professionale. è stato straordinario nel diffondere il verbo cestistico avendo scritto diversi libri, poi è diventato un personaggio tv avendo raccontato l’NBA e questo ha reso popolare il nostro gioco. Dan non mi perdonava il fatto che durante la settimana battibbeccavamo spesso, io mi tenevo l’ultimo battuta il sabato che andava sulla domenica e lui non poteva controbattere. Questa cosa lo faceva andare fuori di testa”.

"Arrivò in Italia con la chitarra a tracolla, che tra l’altro suona benissimo e cantava il Country, sembrava un hippy. Dopo due mesi aveva i capelli come il manager della Borsa, e un pullover di cachemire".

"Con Dan ho avuto un discreto successo. Ho perso a Roma, con la Stella Azzurra: loro erano più bravi di noi. A Cantù, con una squadra di livello diverso, buttammo fuori Milano alle semifinali, per due anni di fila. Alla fine anche con Roma ho preso le mie soddisfazioni contro Milano, fino alla Nazionale. Lui non c’era però, perché arrivai a Pesaro contro Franco Casalini, che era il suo alter ego”.

Dan Peterson

“La gente veniva a vedere Larry Wright e Mike D’Antoni, poi rappresentavamo Milano e Roma, il massimo, ma io e Bianchini onestamente facemmo la nostra parte”.

“In realtà siamo sempre stati amici, anche a quei tempi, ma ognuno tirava l’acqua al proprio mulino e in questo Valerio era il più bravo di tutti. Non guardava in faccia nessuno e passava sopra il cadavere di tutti. Quella serie passò alla storia per la grande massa di pubblico, 13.000 persone ogni gara, forse di più perché c’era meno controllo. Record di pubblico, record di incassi e infine record di audience televisiva. Roma contro Milano, D’Antoni contro Wright ma sì posso dire che c’eravamo anche noi, io e Bianchini”.

“Quando allenavo Milano eravamo piccoli, e ci chiamavano la ‘Banda Bassotti’. Avevamo due armi in difesa: pressing a tutto campo, e zona 1-3-1”.

"Il lavoro dell’allenatore è quello di vendere il suo prodotto, il suo stile, convincendo i giocatori a comprare ciò che lui vende, la sua mentalità, le sue indicazioni".

“Larry Wright ci stava facendo diventare matti, aveva vinto quasi da solo gara1 e anche a Milano D’Antoni non riusciva a tenerlo. Tolgo Mike dalla marcatura, gli metto addosso Dino Boselli, grande difensore, niente. Tolgo Dino e metto suo fratello Franco, altro ottimo difensore, nulla. Non ho più idee, mi giro verso la panchina, guardo Roberto Premier e... no, lui meglio di no. Vedo Vittorio Gallinari in fondo alla panchina, ci penso un po’ e dico: Gallo, vai dentro su Wright. Non passa giorno che qualcuno non mi chieda di quella mossa. A Milano la stampa ha un atteggiamento ipercritico ma quella è stata la prima volta in cui, entrando in sala stampa, mi sono sentito dire: Dan sei un genio. Ho avuto la tentazione di montarmi la testa. Dissi grazie ma prima di arrivare a Vittorio Gallinari ero passato da D’Antoni, Dino Boselli, Franco Boselli, Roberto Premier. Ma Gallo era un grande difensore”.

 

Ufficio Stampa Fip

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